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Chi è il Giudice Interiore? 2020-02-17T13:16:39+01:00

CHI E’ IL GIUDICE INTERIORE?

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Per avviare il tuo percorso di consapevolezza, devi familiarizzare con un approccio che forse non hai mai adottato prima. Innanzitutto occorre capire a fondo il concetto di “giudice interiore” e come si forma nel tuo sistema operativo.
Il cucciolo d’uomo è l’unico che, per sopravvivere dopo la nascita, rimane completamente dipendente da un adulto, solitamente la madre, per anni e non per settimane o mesi come accade con altri animali. La sopravvivenza è la priorità ed è in funzione di essa che strutturiamo tutti i nostri comportamenti. La loro regolazione è sostenuta dalla parte più antica del nostro cervello, detto “rettiliano”, che contiene le informazioni per la sopravvivenza affinate in milioni di anni di selezione della specie umana. Se la mamma, o chi si prende cura di noi fin dai primi giorni di vita, ci allatta e ci tiene al caldo, noi restiamo in vita e sviluppiamo gradualmente comportamenti funzionali (inerenti cioè al sistema operativo) per attivare sempre l’attenzione di mamma e assicurarci così la sopravvivenza; in altre parole impariamo ad adeguarci agli adulti di riferimento e a sottostare alle loro richieste. Nonostante la crescita, anche in età adulta il nostro sistema operativo continuerà a lavorare esattamente come quando eravamo piccole, riproponendoci gli stessi schemi.

Se non vogliamo rimanere intrappolate in questi cicli ripetitivi, dobbiamo individuare le mappe adeguate a smascherare l’azione del nostro giudice interiore. Quelle più moderne uniscono la fisica quantistica, che spiega ciò che da migliaia di anni sostengono i maestri spirituali, alla fisica newtoniana, che è quella che noi abbiamo imparato a scuola. Queste due mappe fondamentali lavorano in contemporanea e se cerchiamo di ignorarle e di sradicare il sistema operativo ad esempio solo con la razionalità, non avremo successo. Ecco il motivo per cui le persone spesso riescono a capire a livello logico e razionale perché succedano loro certe cose, salvo poi ritrovarsi tempo dopo in situazioni simili, a ripetere lo stesso comportamento e a domandarsi come sia possibile.

Date queste premesse, chi è allora il nostro giudice interiore? È l’introiezione di tutte le figure di autorità presenti soprattutto nella prima parte della nostra vita (genitori, nonni, fratelli maggiori, maestre d’asilo ecc.). Per certi versi è come la figura mitologica di Medusa, mostro dallo sguardo pietrificante, che al posto dei capelli aveva serpenti, che se recisi, ricrescevano moltiplicati.

Ugualmente, una volta che c’è la matrice, essa continua ad aggiornare il nostro sistema operativo individuando nuove persone (insegnanti, preti, capufficio, partner…) cui demandare il ruolo di autorità lungo il nostro cammino. Il giudizio di quelle persone è fondamentale a tal punto che, se non siamo consone a ciò che crediamo che lui o lei si aspetti da noi, allora ci sentiamo in colpa e non all’altezza: sostanzialmente sentiamo che non andiamo bene per come siamo. Da piccole ciò era fondamentale per la sopravvivenza; da adulte questo sistema si evolve nella continua ricerca di nuove figure di riferimento che replichino l’imprinting di base, che comprende tutti i giudizi che abbiamo ricevuto rispetto ai nostri comportamenti.

È proprio per questo che viene chiamato “giudice interiore”, perché racchiude tutto quello che è stato interiorizzato dalla nascita, anche se spesso abbiamo la sensazione che il giudizio venga dall’esterno. Prendiamo il caso di un genitore (che in quel momento funge da giudice) che dica alla sua bambina “sei cattiva” a causa di un comportamento a lui sgradito: la prima volta farà relativamente male alla bambina, giusto per l’energia con cui questa frase è stata pronunciata e per la presenza fisica del genitore che può incutere timore (un bimbo è sempre molto piccolo nelle sue dimensioni rispetto a un adulto). Poi però, se il genitore continua a ripeterglielo giorno dopo giorno in relazione anche ad altri comportamenti sgraditi, allora la gioia, la vitalità, la forza e l’entusiasmo della bambina (sue qualità essenziali) soccombono a causa del martellamento. Questo è un processo doloroso in cui la bambina comprende che non può continuare a manifestarsi per ciò che è, perché riceverebbe delle punizioni. Inoltre una figlia ha bisogno dell’amore di un genitore e quindi per ricevere la sua attenzione, blocca o riduce autonomamente quelle qualità non gradite.

C’è una fase della vita, chiamata “il grande tradimento”, che si attua mediamente intorno ai sette-otto anni e in cui avviene questa estenuante lotta tra le qualità essenziali (la vera natura), che vogliono fluire libere, e la necessità di adattarsi ai comportamenti richiesti dagli adulti (quello che sarà la struttura del giudice interiore): la bambina che da tempo riceve metaforicamente delle bastonate e non viene accettata per ciò che è, a un certo punto molla e si adatta a ciò che le viene imposto a scapito della sua vera natura. In questo modo mette in atto “il grande tradimento” verso se stessa, verso quella parte più profonda del suo io che è costretta a mettere in cantina. Intendiamoci, i genitori sono in buona fede e pensano di far bene a dare certi insegnamenti, ma purtroppo a loro volta si sono scollegati dalle loro qualità essenziali e quindi, pur inconsapevolmente, finiscono per compiere danni. A quel punto il giudice interiore è completamente consolidato e dice alla bambina: “Molla tutte le tue vere parti, perché hai visto quanti danni ti hanno procurato? Ogni volta che cerchi di emergere per ciò che sei, subisci restrizioni e rimproveri; quindi dammi retta, io so cosa bisogna fare, lascia che ti guidi io.”. Il rifiuto da parte dei genitori è un momento di grandissimo dolore sia emotivo sia fisico, che magari è riuscita a dimenticare ma che è comunque avvenuto e davanti al quale esiste un solo anestetico: assecondare il giudice interiore che l’aiuta a sopravvivere in cambio della sua sconnessione dalle qualità essenziali che le appartengono. Qui il fulcro è sempre la differenza tra sopravvivere e vivere. Ugualmente, anche da adulti spesso si resta in una relazione, anche se non funziona, perché è percepita come funzionale alla propria sopravvivenza, come uno spazio conosciuto e quindi rassicurante.

Nel conosciuto, infatti, rimangono sempre presenti le figure genitoriali, interiorizzate nel tuo io, che si prendono cura di te, ti dicono “brava” quando fai bene e “cattiva” quando fai male; insomma, hai
uno spazio in cui non sei mai sola, sei nello spazio della bambina. Se invece ti sposti nello spazio dell’essere adulta, c’è libertà e indipendenza ma, essendo sconosciute, attivano la paura dell’ignoto e dell’incertezza e quindi non è così facile andare in quella direzione. Se ti muovi sempre nello spazio della bambina, che per sua natura è dipendente, la logica conseguenza è che quando ti metti in relazione, nell’inconscio ti aspetti che la dipendenza continui e che ci debba essere qualcuno che si prenda cura di te e che ti risolva tutti i problemi. Questo alla lunga, oltre a non potersi realizzare completamente, tarpa le ali alla tua vera natura.
Stai pensando che ti piacerebbe liberarti dal tuo giudice, ma il cambiamento ti fa paura? Non preoccuparti, è normale. In più, se decidi di metterti in gioco con questo tipo di approccio, hai bisogno di un’amorevole conoscenza verso te stessa per spodestare il tuo giudice interiore e per vincere sia tu sia le persone che stanno intorno a te: se tu cambi, anche coloro che vogliono continuare a stare vicino a te e a comunicare con te, probabilmente cambieranno.

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